In questi tempi di emergenza Covid19 i media nazionali hanno spesso e giustamente raccontato chi, in prima linea, lavora nei servizi socio-assistenziali essenziali. Chi combatte la diffusione del virus, chi assiste e sostiene le persone più fragili della società, chi le cura e le tiene il più possibile isolate dal contagio. Di queste, si è detto e raccontato tanto: le storie, gli sforzi, l’impegno quotidiano. Medici, paramedici, infermieri, forze dell’ordine, farmacisti, dipendenti di supermercati, magazzinieri, fattorini, persino giornalai. Dimenticandosi di chi, come lavoro essenziale, fa semplicemente l’educatore.

In particolare, non abbiamo sentito parlare di educatori in comunità per minori, ovvero un servizio essenziale che è invisibile anche in tempi non sospetti. Del resto, la maggioranza delle persone difficilmente sa cosa faccia con esattezza un educatore in una comunità educativa per minori, nonostante sia una occupazione molto più diffusa di quanto non si creda. E non è nemmeno noto in cosa consista la comunità stessa, se sia un appartamento, una casa, un’abitazione privata dove convivono persone a carico dei servizi sociali che per varie ragioni non possono abitare altrove. I media parlano da più di un mese di operatori in trincea, operatori al fronte, operatori in prima linea, operatori schierati eroicamente contro un nemico invisibile, letale e sconosciuto. L’educatore di una comunità educativa, soprattutto in questi tempi assomiglia certamente, volendo insistere nella esagerata e abusata metafora guerresca, a un fante attivo in un territorio di operazioni belliche. E proprio come un soldato, svolge varie attività a seconda del servizio in cui opera. Nel nostro caso una comunità di minori stranieri non accompagnati, Itacà.

Andare a lavorare per un educatore di Itacà (come per tanti altri colleghi) significa almeno nell’ultimo periodo uscire di casa con la propria autocertificazione in tasca, inforcare la bicicletta e avviarsi verso la comunità attraversando strade e quartieri periferici che già prima del lockdown non brillavano certo di vitalità. Lo scenario vuoto e anonimo gli si manifesta in tutta la sua sospensione esistenziale: pochissime auto in movimento, una sirena in lontananza, qualche pedone guardingo e munito di mascherina in fila davanti a un esercizio commerciale aperto. Da un po’ di tempo, pedalando veloce verso il proprio lavoro, al nostro educatore sembra di vivere in una bolla che non gli appartiene, uno strano presente che gli ricorda film e libri di fantascienze distopiche dove quasi tutti gli umani si sono estinti o vaporizzati, e solo alcuni restano da salvare. Impossibilitato a circolare liberamente, dovendo rigorosamente fare il tragitto casa-comunità, l’educatore – come ogni altro operatore “sul fronte” – si chiede cosa stia succedendo in un’altra zona, immaginando vite e realtà che ormai possono anche fare a meno della sua presenza.

Ma c’è un posto dove invece è richiesto. Arriva quindi sul suo luogo di lavoro, che non è un ufficio anche se ha una stanza adibita a “ufficio”; non è uno spazio aperto anche se ha spazi aperti; non è una casa anche se in tutti i modi vorrebbe farla sentire tale a chi la abita, una comunità di ragazzi probabilmente ancora tutti addormentati e da buttare giù dal letto. Cosa significhi lavorare in una comunità educativa per minori stranieri è difficile da spiegare: l’educatore aiuta questi ragazzi a costruirsi giorno dopo giorno una propria dimensione sovrapposta a quella nella quale il destino li ha fatti nascere.
L’educatore li guida e li segue nelle difficili situazioni dell’adolescenza in un paese con una lingua e una cultura spesso totalmente diversa da quella d’origine, una cultura da apprendere aiutandoli a ricrearsi una seconda pelle. L’educatore è consapevole della complessità dei suoi compiti; perciò cerca di immedesimarsi nelle difficoltà di diventare grandi e di doverlo fare in un ambiente spesso ostile senza punti di riferimento parentali. Entrando in comunità, sa che si ritroverà davanti a chi ha subito traumi e violenze, a chi si porta addosso la responsabilità di dover inviare soldi a casa, a chi ha viaggiato per migliaia di chilometri per raggiungere un nuovo paese nella speranza di un futuro migliore.

E queste persone sono minorenni, adolescenti, a volte visti come “un problema” anche all’interno della propria famiglia d’origine. Giovani che anche la nostra società fa fatica a integrare per i tanti “non” con cui si presentano: non produttivi, non autonomi, non maturi, non adulti, non capaci di agire secondo consuetudine. Giovani che nella loro quotidianità vanno a scuola, imparano un mestiere, studiano per il diritto di essere riconosciuti come cittadini consapevoli di precise regole e stili di vita. In questi tempi emergenziali di virus invisibili, regole nuove, precauzioni ferree e limitazioni sempre più stringenti, come comportarsi allora? Cosa fare per essere all’altezza? Questo virus, agli occhi dei ragazzi, è un’altra prova da superare? L’educatore dice loro che possono uscire di casa solo per ragioni urgenti di necessità, quando la loro vita stessa, un’esistenza normale, è già di per sé una ragione sufficiente di urgente necessità. L’educatore deve far loro capire la regola, far loro comprendere che non devono mettere a rischio se stessi e gli altri infettandosi col virus. Loro, con una semplice occhiata, gli fanno capire che ben altri rischi e ben altre regole hanno sopportato per il solo fatto di stare lì a parlare con lui.

Cos’è un contagio in confronto ai pericoli che hanno corso per arrivare fin lì? Cos’è una multa o una denuncia davanti all’enormità della loro avventura? L’educatore allora, in “prima linea” contro il nemico invisibile, deve mantenere la posizione. E resistere, non perdere la lucidità, rispondere con le poche armi che possiede, la parola giusta, la pazienza, l’intervento educativo. E una grande capacità di ascolto. Arrivando poi alla conclusione che, davanti a questo maledetto virus, gli educatori e i ragazzi sono tutti sulla stessa barca.

In una comunità in queste settimane c’è poco spazio per i consueti temi della vita; i ragazzi sono stanchi, sono stufi di una convivenza forzata che alla fine neanche capiscono bene. Fuggono con lo sguardo fuori dalla finestra, fanno un giro in cortile, vanno in garage sperando di trovare qualcosa di interessante da fare. Un altro vuoto da riempire dopo quello che gli si è parato davanti al momento della loro partenza. Il mondo fuori resta silenzioso, non si muove nulla, chissà se alla fine dell’emergenza saranno ancora capaci di affrontarlo. Se saranno ancora in grado di soddisfare le aspettative del loro viaggio. Meglio continuare a fantasticare allora e provare ad infrangere le regole degli adulti, provare a uscire; ci sono abituati, l’hanno fatto molte volte… Cosa può capitargli di male?
Ma il loro educatore è lì che li guarda, che scrive sul computer in ufficio, che amministra la cassa, che sistema
un po’ la cucina, che prova a buttare giù qualche discorso di incoraggiamento o semplice divertimento. Alcuni compagni si sono già alzati dal letto, altri dormono ancora, lui deve svegliarli per far loro iniziare una giornata che non c’è.

L’educatore controlla che sia tutto a posto, che l’attuale periodo in casa non sembri una lunga vacanza, che si continui a mantenere i propri impegni. Ma la fine non si vede ancora, non si vede mai. La strada da fare è ancora lunga. Lo sanno i ragazzi, lo sa l’educatore, lo sa la goccia che scava la montagna. Un’emergenza tira l’altra. Occorre restare tranquilli, non esplodere. Occorre rafforzare le amicizie, le uniche su cui si può davvero contare. L’educatore è là, spesso riesce a disinnescare le crisi. Conviene fidarsi, conviene ascoltarlo come un fratello o una sorella maggiore.
Poi, alla fine del suo turno saluta, inforca la sua bicicletta e torna a casa, in un mondo lontano ancora mille miglia dalla loro realtà quotidiana. Anche se nel mezzo ci potrebbe essere un’altra prova da superare, un virus, l’ennesimo mostro da sconfiggere.

Gli educatori di Itacà