Csapsa2 Cooperativa Onlus da 42 anni pone al centro del proprio lavoro la Persona, attraverso progetti educativi rivolti a minori, per favorirne la crescita l’autonomia e l’inclusione. Ed è proprio per la centralità che rivestono le persone all’interno del nostro operato e delle nostre attenzioni che ci sentiamo in obbligo di prendere una posizione rispetto alla vigente Legge132/18.

La legge ostacola fortemente il diritto allo studio e al lavoro dei minori stranieri al compimento dei 18 anni.

Il lavoro degli operatori con i minori stranieri prima della definitiva approvazione della Legge 132/18 era improntato soprattutto alla scolarizzazione dei ragazzi, alla loro formazione professionale, orientamento e inserimento lavorativo al compimento della maggiore età. I giovani migranti vengono presi in carico spesso a sedici o diciassette anni; se prima il tempo per offrire loro questi strumenti minimi e necessari era già poco, oggi è addirittura vano: la Legge132/18 nega la conversione del permesso di soggiorno (p.d.s.) per protezione internazionale a p.d.s. per motivi di lavoro/studio/attesa occupazione. Tale disposizione nega a migliaia di giovani profughi sul territorio nazionale il diritto al lavoro e all’istruzione, garantito dalla Costituzione, calpestando qualsiasi possibilità di reale integrazione e inclusione sociale.

Se la commissione deputata non ritenesse il ragazzo idoneo a beneficiare di protezione internazionale (il caso dei cosiddetti migranti “economici” colpevoli di fuggire “solo” dalla povertà) o se il ragazzo non ne facesse richiesta gli verrà concesso un p.d.s. per minore età, convertibile in p.d.s. per motivi di lavoro/studio/attesa occupazionale a unica condizione che il ragazzo riesca a farsi inviare un passaporto dal Consolato o dall’Ambasciata del proprio Stato.

Le procedure e le prassi dei diversi Consolati/Ambasciate sono molto differenziate per quanto riguarda i requisiti richiesti, le tempistiche e i costi. Alcuni sono disposti a rilasciare questo tipo di passaporto, altri invece richiedono ulteriori documenti (ad esempio un’autorizzazione firmata dai genitori). Altri ancora, tout court, non rilasciano in alcun caso il passaporto per una persona non presente fisicamente.

In ogni caso queste operazioni complesse e costose hanno sempre bisogno almeno della collaborazione di parenti o dei genitori dei ragazzi nel paese di origine, ma molti  minori non hanno questa possibilità (si pensi ad esempio agli orfani o ai minori che hanno perso i contatti con i familiari). Di fatto per moltissimi ragazzi in prossimità dei 18 anni (alcuni dei quali già con una promessa di assunzione in seguito a tirocini andati bene) si prospetterà il vuoto, essendo impossibilitati a farsi recapitare un documento che il loro paese di origine semplicemente non produce.

A peggiorare le cose è lo smantellamento del sistema SPRAR adulti che almeno avrebbe garantito il passaggio dalla fase di tutela all’accesso ai servizi e al diritto al lavoro e all’istruzione in cui i nostri utenti si troveranno una volta maggiorenni.

Ricordiamo che il sistema SPRAR è nato come alternativa virtuosa ai sistemi di accoglienza precedenti, più vulnerabili a episodi di mala gestione; è un’alternativa virtuosa grazie ad un sistema di controlli e rendicontazione capillare giustamente inflessibile a cui le strutture Sprar si sottopongono. Il sistema Sprar, in collaborazione con Anci, volge le proprie energie all’accoglienza diffusa, certo che sia l’iter migliore per un arricchimento sociale oltreché per il pieno rispetto dei nuovi arrivati. Promesse finora ampiamente rispettate, visti i risultati e i riconoscimenti nazionali e internazionali. Perché dunque smantellarlo e tornare a casermoni in cui le persone perdono la propria identità per diventare meri numeri? Perché tornare a strutture enormi e poco gestibili che non impediscono l’illecito (viste le dimensioni, la poca visibilità e la scarsa severità nella rendicontazione) e soprattutto creano disperazione nelle persone che sono costrette ad “abitarle”?

Sprar non è un sistema a favore “dell’invasione” come spesso viene capziosamente dipinto. La permanenza sul  territorio nazionale ovviamente è garantita per tutti solo per i tempi necessari alle commissioni di esaminare i casi.

Durante questi “tempi di attesa” Sprar ha dimostrato di lavorare molto bene, di saper sfruttare questo periodo in modo costruttivo, offrendo un’alternativa efficace alle permanenze nei CAS o in strutture in cui i migranti stazionavano senza fare nulla. Dalle istituzioni e dal territorio era stata ampiamente riconosciuta alle strutture Sprar la capacità di offrire occasioni di inclusione durante i tempi di attivazione e di esito della richiesta di aiuti umanitari (oggi aboliti e sostituiti con la richiesta di “protezione internazionale”.. la parola “umanitario” di questi tempi è stata bandita come fosse una parolaccia).

Oggi ci viene chiesto di garantire solo dei grossi contenitori vuoti in cui la nostra utenza debba aspettare la maggiore età e un futuro di clandestinità e mercato nero, essendo impossibilitati ad ottenere un contratto di lavoro.

Noi crediamo che quella dell’accoglienza, per un paese civile, sia da interpretarsi più come un’opportunità di crescita che come un onere. Ne conosciamo tuttavia la complessità quindi siamo d’accordo con chi, pur senza demonizzarla, preme perché sia una questione vista in chiave anche europea e non solo locale. A tal proposito è utile ricordare le 22 riunioni in cui il Parlamento Europeo discuteva della ridistribuzione dei migranti attraverso la Riforma del regolamento di Dublino, che prevedeva proprio la ridistribuzione dei migranti su suolo Europeo per sgravare i paesi di sbarco quali l’Italia, e l’attuale governo si è astenuto o ha votato contro. Per noi educatori ed educatrici, partecipare attivamente al processo di riforma delle leggi dell’accoglienza sarebbe stato un gesto fortemente concreto e coerente in un’ottica di condivisione di politiche internazionali. La riforma proponeva di sostituire il criterio del “primo ingresso” con un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 Stati dell’Unione. Il numero massimo di richiedenti asilo da ospitare sarebbe stato stabilito da una quota, diversa per ogni paese, in base al PIL e alla popolazione.

Perché astenersi?

Perché votare a sfavore?

Abbiamo perso un’occasione di democrazia e solidarietà?

La condizione di clandestinità quasi imposta che si profila nel futuro di molti nostri giovani utenti non è da considerarsi solo un dramma individuale ma avrà degli effetti negativi sull’intera società. Bologna, con il suo sistema di accoglienza diffusa sopra descritto, sta dimostrando che non si tratta di un’emergenza e che è possibile un integrazione intelligente.

La parola “sicurezza” ripetuta ossessivamente fino a farne perdere il significato diventa premessa per plasmare una società immersa nella paura, che si nutre di odio e che perde di vista le vere emergenze che dovrebbe affrontare. Attraverso i media si sta delineando una società svuotata dai valori solidali che dovrebbero contraddistinguerla e per questo incapace di contrastare la diseguaglianza diffusa; una società che finisce col favorire la delinquenza e che genera solitudine. In definitiva una società bulla, machista e gretta, quale quella che sta emergendo, che inizia a gridare frasi di cui qualche tempo fa ci si sarebbe vergognati e relega nell’angolo dello sberleffo quei valori e quegli agiti (almeno a parole)  che rappresentavano la base indiscutibile della democrazia e del progresso.
È questa la società nella quale vogliamo vivere? È questa la società che vogliamo regalare ai nostri figli?

Il clima denigratorio nei confronti del Terzo Settore, escludendo alcuni casi di mala-gestione, è del tutto ingiustificato e dannoso, sia per chi lavora, sia per chi riceve servizi da questo lavoro, sia per la cultura di un paese che si impoverisce e si incancrenisce in ossessioni egoistiche e allarmistiche. Ingiustificato perché, al di là di slogan roboanti fatti solo per impressionare followers, restano illazioni e accuse molto spesso infondate e smentite (alcune delle quali molto gravi: si pensi a quelle rivolte contro le Ong verso le quali si insinuava il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina); le accuse cadono sempre ma lo stigma si rafforza di volta in volta. È una situazione paradossale perché quelli che fino a qualche tempo fa erano considerati valori e vanto per una qualsiasi nazione democratica, ovvero la capacità di includere, fare welfare in modo efficace, tutelare i diritti e prendersi carico delle fragilità oggi sono messi alla gogna, con epiteti vuoti quali “business dei migranti” “prima gli italiani” etc… che, a nostro parere, stanno facendo precipitare la nazione in una barbarie culturale e in uno stato di diffidenza e conflittualità. 

Per i motivi sopracitati, manifestiamo tutto il nostro dissenso e la nostra preoccupazione rispetto la Legge132/18, che riteniamo profondamente lesiva dei diritti dei minori con cui lavoriamo e dannosa per il nostro operato di educatori e educatrici.

Con ostinazione noi continuiamo a portare avanti il nostro lavoro, immersi nella solidarietà come nostra mission, certi di offrire un bene alla cittadinanza, felici di lavorare con ragazzi e ragazze straordinari/e e fieri di onorare la Costituzione Italiana (art. 2-3-4-1034), il protocollo d’intesa con le Nazioni Unite (UNHCR), la Convenzione di Ginevra, oltreché le vigenti leggi (nello specifico, ma non solo, Decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 e Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 )

Diamo atto al Comune di Bologna e Asp Città di Bologna dell’impegno con cui sta continuando a mantenere pienamente attivo il sistema di Accoglienza dei Minori, attraverso atti concreti come la richiesta di prosieguo Amministrativo fino ai 21 anni per continuare ad aiutare minori fragili dopo la maggiore età, il riconoscimento di interventi educativi e specialistici aggiuntivi per minori con problematiche psichiche e traumatizzati, gli sforzi per facilitare l’accesso di tutti ai sistemi sanitari e dei servizi. Invitiamo il Comune di Bologna, la Regione, gli Enti gestori e tutte le realtà impegnate a lavorare con minori stranieri a prendere posizione netta a tutela del sistema virtuoso che con tanto lavoro è stato costruito negli anni, dei minori beneficiari e delle lavoratrici e lavoratori che con professionalità, passione e onestà vi prestano servizio.